Pensioni, brutte notizie dal Cnel, serviranno 5 anni in più di lavoro per andare in pensione: ecco la proposta completa

• Previdenza Sociale – 19/06/2024 – AVV. MARCO DE GREGORIO

Pensioni, brutte notizie dal Cnel, serviranno 5 anni in più di lavoro per andare in pensione: ecco la proposta completa

La proposta del CNEL prevede importanti modifiche al sistema pensionistico

Secondo la recente proposta avanzata dal Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro (CNEL), i lavoratori potranno andare in pensione in un’età compresa tra i 64 e i 72 anni, mentre per la pensione di vecchiaia potrebbero essere necessari 5 anni di contributi in più.

Inoltre, attraverso tale riforma il CNEL si propone di introdurre una maggiore flessibilità in uscita di alcune categorie di lavoratori, viste le prossime scadenze di “Quota 103”, “Ape sociale” e “Opzione Donna”.

Il Governo è quindi chiamato ad affrontare la questione – particolarmente spinosa – della riforma delle pensioni, al fine di ridurre il debito pubblico e rinvenire le risorse economiche necessarie a sostenere gli importanti impegni economici che l’Italia sarà costretta a fronteggiare nel prossimo periodo.
In particolare, alcune compagini della maggioranza (la Lega su tutte) spingono per una riforma che introduca “Quota 41” per tutti i lavoratori, nonostante tale modifica potenzialmente produrrà un aumento dei costi per le finanze dello Stato, vista l’eliminazione dell’età anagrafica come requisito di accesso.

Ebbene, tornando alla proposta del CNEL, la stessa produrrebbe conseguenze importanti non solo in ordine all’età anagrafica prevista per l’accesso alla pensione, ma anche relativamente al metodo di calcolo dell’assegno pensionistico.

Ad oggi, il calcolo contributivo dell’assegno di pensione viene effettuato prendendo come parametro di riferimento un range di tempo che include 15 età diverse. Il calcolo, inoltre, riguarda i periodi di lavoro successivi al 1996, oppure al 2012 per i lavoratori che, entro il termine del 31 dicembre 1995, erano in possesso di 18 anni di contributi.

coefficienti di trasformazione, che sono i parametri che – appunto – determinano l’importo della pensione tenendo conto dei contributi maturati, tengono conto di un’età tra i 57 e i 61 anni.

La proposta del CNEL, invece, prevede un abbassamento della forbice di tempo a 9 anni, anziché 15 e un’età per la pensione compresa tra i 64 e i 72 anni. Tale modifica presuppone, inevitabilmente, un cambiamento anche dei coefficienti di trasformazione.

Oggetto di modifica saranno anche i requisiti di accesso alla pensione di vecchiaia. Mentre rimane invariata l’età anagrafica per l’accesso alla pensione, che sarà sempre pari a 67 anni (salve eventuali modifiche dovute alle variazioni delle aspettative di vita), dovrebbero cambiare i contributi richiesti.
Ad oggi, infatti, sono richiesti 20 anni di lavoro; se la proposta del Cnel dovesse essere approvata, saranno invece richiesti 5 anni di lavoro in più. Sarà altresì necessario un assegno almeno pari a 1,5 volte l’Assegno sociale, mentre ad oggi il limite è pari a 1.

È comunque opportuno ricordare che si tratta di una proposta non vincolante, di cui il Governo potrà tenere conto, ma che non è tenuto a recepire. Infatti, secondo alcune stime, ad oggi non ci sarebbero ancora le condizioni per procedere ad una integrale riforma delle pensioni.

In ogni caso, il Governo sarà probabilmente tenuto a prendere alcuni provvedimenti sulle pensioni anticipate. Tali misure, infatti, oggi prevedono un accesso alla pensione di vecchiaia già al raggiungimento del 61° anno di età. I beneficiari inoltre percepiscono importi mensili pari a 2.035 euro lordi.
Si tratta, senza dubbio, di benefici che, ad oggi, viste le difficoltà economiche e l’elevato debito pubblico che interessa i bilanci del nostro Stato, non sono più sostenibili. Infatti, pensioni aventi importi così elevati ed erogate per periodi di tempo più lunghi costituiscono, per la maggioranza, un retaggio del passato.

Se manca la copertura finanziaria il contratto di lavoro è nullo

In linea generale, con il termine “stabilizzazione”, si fa riferimento alla definitiva assunzione a tempo indeterminato presso l’ente con cui il precario ha maturato una certa esperienza lavorativa, mediante contratti flessibili o a termine; essa può essere conseguita sia mediante un nuovo concorso pubblico, sia mediante un’assunzione diretta.

Spesso gli interventi di stabilizzazione sono operati dalle pubbliche amministrazioni a favore dei Lavoratori Socialmente Utili (LSU). Si tratta di lavoratori precari in stato di svantaggio nel mercato del lavoro (disoccupazione, mobilità, cassa integrazione guadagni straordinaria), che svolgono attività aventi ad oggetto la realizzazione di opere e la fornitura di servizi svolte a beneficio di tutta la collettività.

I lavoratori socialmente utili si riconducono a tre principali categorie:
> c.d. platea storica finanziata con le risorse statali del Fondo Sociale Occupazione e Formazione;
> categoria degli “autofinanziati“, sostenuta con risorse proprie degli enti presso cui si svolgono le attività (es. Comuni, Regioni, etc.);
> categoria dei lavoratori percettori di sostegni al reddito, utilizzati da Pubbliche Amministrazioni in attività socialmente utili per la durata delle prestazioni godute.

Intorno alla questione degli interventi di stabilizzazione di queste particolari figure di lavoratori precari è sorto un prolifico contenzioso, che ha sollecitato un chiarimento della Corte di Cassazione, la quale si è espressa in questi termini: «l’occupazione temporanea in lavori socialmente utili” non integra un rapporto di lavoro subordinato, in quanto l’utilizzazione di tali lavoratori non determina l’instaurazione di un rapporto di lavoro ma realizza un rapporto speciale che coinvolge più soggetti – oltre al lavoratore, l’amministrazione pubblica beneficiaria della prestazione e l’ente previdenziale erogatore dell’assegno o di altro trattamento previdenziale – di matrice assistenziale e con una finalità formativa diretta alla riqualificazione del personale per una possibile ricollocazione» (v. Cass. n. 2887 del 2008, n. 2605 del 2013, n. 22287 del 2014, n. 6155 del 2018).
Da ultimo la Cassazione, sent. 15422/2024, confermando una precedente pronuncia della Corte di Appello, ha ribadito che la mancanza di copertura finanziaria e l’assenza di una corretta programmazione delle assunzioni costituiscono motivi validi per dichiarare la nullità dei contratti di lavoro di stabilizzazione degli LSU.

La norma di riferimento richiamata è l’art. 33 del T.U.P.I., secondo cui tutte le amministrazioni sono tenute a rilevare annualmente le eccedenze di personale e la copertura finanziaria per le eventuali nuove assunzioni. Per l’amministrazione inadempiente è prevista l’impossibilità a procedere ad alcuna assunzione di qualsivoglia tipologia contrattuale, mentre il dirigente responsabile può essere sottoposto a procedure disciplinari.

Ogni assunzione nel settore pubblico deve essere supportata da adeguate risorse finanziarie e deve rientrare nella pianificazione triennale del fabbisogno di personale. Questa normativa mira a garantire la sostenibilità economica delle assunzioni e a prevenire eccessi di spesa da parte delle amministrazioni pubbliche.

Di qui la decisione di annullamento della stabilizzazione dei contratti di lavoro degli LSU ricorrenti, che avevano iniziato a lavorare con contratti a tempo indeterminato dal 10 febbraio 2012, inquadrati nella categoria B del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL) per le Autonomie Locali.

Dispositivo dell’art. 2087 Codice Civile

Fonti → Codice Civile → LIBRO QUINTO – Del lavoro → Titolo II – Del lavoro nell’impresa → Capo I – Dell’impresa in generale → Sezione I – Dell’imprenditore

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro [Cost. 3741]

AMBIENTE DI LAVORO STRESSOGENO, L’ORDINANZA DELLA CASSAZIONE

Con l’ordinanza n. 28959 del 18 ottobre 2023, la Corte di Cassazione ha ribadito che l’ambiente di lavoro stressogeno è una responsabilità dell’azienda.

Ovvero, i giudici hanno chiarito, ancora una volta che, nel contesto della responsabilità del datore di lavoro per i danni alla salute dei dipendenti, anche in assenza di un comportamento identificabile come “mobbing sul lavoro” per mancanza di intenti persecutori, è comunque possibile individuare una violazione dell’articolo 2087 del Codice civile.

Questa violazione può verificarsi quando il datore di lavoro, anche accidentalmente, permette la persistenza di un ambiente lavorativo stressante, causando danni alla salute dei lavoratori.

Allo stesso modo, la violazione può sussistere se vengono adottati comportamenti che, pur non essendo di per sé illegali, possono generare disagio o stress. Ciò vale, sia singolarmente che in connessione con altri comportamenti non conformi, che contribuiscono ad aggravare gli effetti e la gravità del pregiudizio sulla personalità e la salute.

Tutela della salute e sicurezza nei posti di lavoro

In materia di igiene e sicurezza sul lavoro, la Costituzione italiana (articoli 2, 32 e 41) prevede la tutela della persona umana nella sua integrità psico-fisica come principio assoluto ai fini della predisposizione di condizioni ambientali sicure e salubri.

Partendo da tali principi costituzionali la giurisprudenza ha stabilito che la tutela del diritto alla salute del lavoratore si configura sia come diritto all’incolumità fisica sia come diritto ad un ambiente salubre.

Il quadro normativo che disciplina la materia della sicurezza sul lavoro è articolato e complesso. Più specificamente, tale quadro normativo è costituito:

  • da disposizioni del codice civile (articolo 2087);
  • dalla disciplina-quadro, attualmente contenuta nel D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, recante “Attuazione dell’articolo 1 della L. 3 agosto 2007, n. 123, in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”, così come modificato dal D.L.gs. 3 agosto 2009, n. 106, che ha provveduto contestualmente ad abrogare il D.Lgs. 626/1994;
  • dallo Statuto dei lavoratori, per quanto attiene agli aspetti legati al controllo dell’applicazione delle misure antinfortunistiche;
  • dalla contrattazione collettiva.

Come detto, una rilevante novità è costituita dal D.Lgs. 81/2008 emanato in attuazione della delega di cui all’articolo 1 della L. 123/2007, per il riassetto e la riforma delle norme vigenti in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Tale decreto legislativo, pur non assumendo formalmente la natura di “testo unico”, in realtà nella sostanza opera il riassetto e il coordinamento in un unico testo normativo della disciplina in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Pertanto vengono abrogati i previgenti provvedimenti le cui disposizioni sono “confluite” nel decreto legislativo in questione. Come accennato in precedenza, n in attuazione della medesima legge di delega è stato successivamente emanato il D.Lgs. 106/2009, correttivo del D.Lgs. 81/2008.

L’intervento si è reso necessario a seguito delle segnalazioni di criticità emerse nei primi mesi di applicazione del D.Lgs. 81/2008.

Tra le nuove disposizioni introdotte dallo schema, si segnalano, in particolare:

  • la modifica della disciplina relativa all’appalto;
  • una complessiva riforma dell’apparato sanzionatorio;
  • la modifica delle disposizioni concernenti la sospensione dell’attività imprenditoriale in seguito a violazioni nell’impiego di personale;
  • il potenziamento del ruolo degli organismi paritetici.
Il sistema di prevenzione e sicurezza sul lavoro

La disciplina generale in materia di sicurezza sul lavoro definita dal D.Lgs. 626/1994 e “confluita”, con alcune modifiche, nel menzionato D.Lgs. 81/2008, ha introdotto un sistema di prevenzione e sicurezza a livello aziendale basato sulla partecipazione attiva di una serie di soggetti interessati alla realizzazione di un ambiente di lavoro idoneo a garantire la salute e la protezione dei lavoratori.

Le misure principali sono costituite da una serie di linee di intervento, riconducibili:

  • al monitoraggio dei rischi nonché all’attuazione di azioni volte alla riduzione degli stessi;
  • agli interventi sugli impianti, sui metodi di lavorazione, sulle materie prime o comunque sulle materie da lavorare;
  • alla protezione individuale o collettiva dei lavoratori;
  • alle procedure di informazione, formazione, consultazione e partecipazione dei lavoratori.

Ambito soggettivo

L’applicazione della disciplina riguarda tutti i settori di attività, sia privati sia pubblici, e tutte le tipologie di rischio.

Soggetti destinatari degli obblighi previsti dalla disciplina sono:

  • datori di lavoro: essi sono i principali destinatari degli obblighi di sicurezza;
  • dirigenti e preposti: sono coloro che dirigono o sovrintendono le attività alle quali si applica la normativa in oggetto. Nei loro confronti vige l’obbligo, nell’ambito delle proprie competenze, di adottare le misure necessarie per la sicurezza e la salute dei lavoratori. Essi, inoltre, possono essere delegati dal datore di lavoro all’adempimento degli obblighi posti dalla legge a carico di quest’ultimo, ad eccezione degli adempimenti non delegabili (ad esempio gli obblighi connessi agli accordi di riallineamento contributivo). Si ricorda, infine, che obblighi identici sussistono anche nei confronti del consulente esterno (cioè non facente parte del sistema aziendale) nel caso in cui tale soggetto abbia assunto mansioni corrispondenti a quelle di un dirigente di fatto.

Soggetti destinatari delle tutele previste dalla disciplina sono – a seguito dell’estensione disposta dal menzionato D.Lgs. 81/2008 -, in linea generale, tutti i lavoratori e lavoratrici, subordinati e autonomi, nonché i soggetti ad essi equiparati.

SCIOPERO GENERALE

Sciopero

GUERRA E SOLDI

È successo con la gestione della pandemia, e succede con la gestione della guerra in #Ucraina. Politici e mezzi di informazione che si muovono come veri tentacoli #Usa in #Italia, favorendo gli interessi economici d’oltreoceano, dall’inizio dell’invasione bellica operata dalla #Russia, assumono posizioni decise per convincere la cittadinanza italiana ad assecondare i piani americani e della #NATO (che era un’alleanza nata difensiva, dopo la seconda guerra mondiale, ma dagli anni 90 si è trasformata sempre più in un monoblocco politico aggressivo a totale guida americana).

E, così, invece di intervenire a priori, per evitare il danno, è stata agevolata e creata un’architettura di scontro tra “superpotenze”, con una guerra in cui a rimetterci sono essenzialmente gli ucraini, con morti e sofferenze, mentre i responsabili politici, americani, europei e russi, stanno comodi sulle loro poltrone. E come già successo per la pandemia, anche stavolta le iniziative intraprese pongono le condizioni per aggravare la situazione sociale e per distruggere anche l’economia nazionale italiana, facendo ancora una volta comodo agli americani e ai loro interessi commerciali.

Non tutti ricorderanno che, il 28 febbraio, cioè appena 4 giorni dopo l’inizio dell’invasione russa, il presidente del Consiglio #Draghi decise per un nuovo “stato di emergenza”, stavolta non più per la pandemia ma per l’Ucraina, addirittura fino al 31/12/2022, con questa motivazione “in relazione all’esigenza di assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale in conseguenza della grave crisi internazionale in atto” [vedere https://www.governo.it/…/comunicato-stampa-del…/19292].

Questo ha fatto subito immaginare che il piano era già prestabilito, per una durata più lunga possibile della guerra. Altro che armi per finire la guerra e arrivare alla pace.

La guerra serve per mandare le armi, facendo guadagnare soldi agli azionisti delle aziende coinvolte. Infatti, nei primi giorni della guerra, quando non si era ancora arrivati allo sfascio totale, si sarebbe già potuto e dovuto muovere l’apparato diplomatico italiano, che è uno dei più capaci e riconosciuti al mondo, perché con la diplomazia si con-vince, cioè si vince-con, e dunque di vince insieme, appianando le situazioni. Invece, con la guerra si vince e basta, con tanti morti, generando acredine e odio permanente in chi perde.

Questa seconda disgraziata strada è stata quella scelta dall’Italia, per il tramite del #governo, succube della linea americana e NATO, e del #parlamento, che sembra ridotto a figurine senza voce, con tutte le conseguenze annesse e connesse. Non solo, ma a furia di riempire l’Ucraina di armi e soldi stranieri, finirà che questo Stato perderà ogni forma di indipendenza, perché resterà soggiogato sotto il peso di un debito incolmabile e ricattato dai creditori, anche per la ricostruzione, a rischio di fare la fine della Grecia (ai tempi della gestione europea di Draghi), con anche il rischio teorico aggiuntivo di arrivare allo smembramento del territorio, con parti cedute anche a Ungheria e Polonia.

A questo, stanno esponendo l’Ucraina gli “amici” europei e americani.SLG-CUB Poste ha aderito allo SCIOPERO GENERALE del prossimo 20 maggio, per l’intera giornata, con Cobas Poste e Cub Poste, in coerenza alla propria coscienza di fondazione, come sindacato contrario agli atteggiamenti militaristi, tipici di chi non subisce i danni che crea. Del resto, le super potenze agiscono solo con la potenza, non con l’intelligenza. E se si va a vedere tutte le volte che sia la Russia che gli Usa hanno iniziato delle aggressioni militari, ai danni di qualche popolo, alla fine, non hanno mai saputo risolvere i problemi creati da loro, lasciando solo scompiglio ovunque si siano intromessi.

Ecco perché, proprio seguendo la storia, se un governo italiano e un parlamento italiano si fanno orientare e coinvolgere in modo totalizzante dalla “superpotenza” americana, allora non sono destinati a fare proprio nulla di buono né per gli ucraini, materialmente e umanamente straziati dalla guerra, e né per gli italiani, economicamente dissanguati.

SLG CUB Poste

Fattorini in guerra

Fattorini

Russia: arrestato sindacalista attivo nell’organizzazione tra i fattorini.

Il sindacalista dei corrieri russi, membro del Blocco di sinistra e dell’Unione marxista, Kiril Ukrainchev, è stato arrestato e portato davanti a un tribunale russo a fine aprile, a seguito di una serie di scioperi organizzati dall’unione dei corrieri, rivendicando la firma del Contratto collettivo per i diritti.

La polizia lo ha arrestato nella sua abitazione, dove ha condotto un’indagine sulla “ripetuta violazione delle regole degli eventi di massa” perché leader di scioperi e proteste. Il tribunale ha deciso di tenere in custodia il sindacalista fino al 25 giugno.

A fine aprile i corrieri di “Yandex Food” e “Delivery Club” hanno previsto di scioperare nuovamente, a causa di una riduzione del 20% dei pagamenti degli ordini, cioè da circa 120 rubli a 90.

Nei suoi due anni di esistenza, il club di spedizione ha avviato diverse lotte e ha avuto notevoli successi: nel giugno 2020, il club di delivery è riuscito a riscuotere debiti. Nell’ottobre 2020 il nuovo sistema di finanziamento si è allentato. Nel febbraio 2021, il sindacato è riuscito a reclutare 11 postini di “Yandex Food” a Sochi. Alla fine del 2021, i governatori di Samokat si sono rivolti al club a causa di ritardi salariali e dopo una campagna mediatica, “Samokat” ha iniziato a pagarli regolarmente.

Rizospastis 7-8 maggio 2022 pagina 14

Kurt Gustav Wilckens

di Walter Ranieri

“Il 3 novembre 1886 nasce a Bad Bramstedt in Germania l’Anarchico Kurt Gustav Wilckens, conosciuto in Argentina per aver vendicato la repressione della Patagonia Rebelde (1921-1922) con l’uccisione del tenente colonnello hector benigno varela.
Trovandosi in difficoltà economiche, Wilckens decide di emigrare in cerca di fortuna negli Stati Uniti dove viene assunto come minatore nel bacino carbonifero dell’ Arizona. In qualità di Anarchico e membro della Industrial Workers of the World promuove uno sciopero minerario nel 1916. Arrestato e deportato nel campo di concentramento di Columbus (Nuovo Messico) insieme ad altri 1.167 minatori, riuscirà ad evadere il 4 dicembre 1918. Nel 1919 è nuovamente detenuto negli Stati Uniti e poi espulso in Germania il 20 marzo 1920.Il 29 settembre 1920 sbarca in Argentina, dove c’era un fervente movimento Anarchico. Diviene un militante del movimento Anarchico argentino ed una volta giunto a Buenos Aires collabora, come corrispondente, con il periodico Anarchico tedesco Alarm.
Con Patagonia Rebelde si intende definire l’ondata di scioperi e insurrezioni che si verificarono nel 1921 in Patagonia. L’epicentro di queste manifestazioni fu il territorio di Santa Cruz. Nell’ottobre del 1920 la polizia di Santa Cruz arresta alcuni sindacalisti della “Sociedad Obrera” la quale dichiara lo sciopero in tutta la provincia per la liberazione dei compagni arrestati e per miglioramenti salariali e condizioni di lavoro. Il 10 novembre il tenente varela, deciso a porre termine alle sommosse, impone la fucilazione per i braccianti e gli operai in sciopero: circa 1500 tra operai, braccianti e sindacalisti vengono barbaramente torturati e assassinati. Dopo il massacro varela viene nominato direttore della scuola di cavalleria Campo de Mayo da hipòlito yrigoyen, e dopo la cerimonia invitato a partecipare a una cena in suo onore ospitato dalla lega patriottica argentina e da un gruppo di imprenditori inglesi che ha cantato “Perché è un bravo ragazzo“. L’Anarchico tedesco sentiva il dovere di vendicare l’orribile repressione subita da quei lavoratori; decide quindi di preparare un attentato contro il tenente colonnello varela. Non essendo in grado di fabbricarsi una bomba, si rivolge ad un Anarchico legato ai gruppi espropriatori. Alle 7 del mattino del 25 gennaio 1923, non appena varela lascia la sua casa Wilckens lo uccide . C’era stato un imprevisto al momento del lancio dell’ordigno, infatti, s’era casualmente frapposta tra lui e varela una bambina di 10 anni, Maria Antonia Palazzo, che lo aveva costretto a temporeggiare per permetterle di allontanarsi ma che gli impedirà di proteggersi dalla deflagrazione. Wilckens risulterà ferito ma riuscirà ad estrarre la pistola e a scaricare l’intero caricatore sul “ bravo ragazzo “. Viene quindi arrestato dalla polizia locale. In una lettera del 21 maggio 1923: “ Non fu vendetta nei confronti di varela , insignificante ufficiale. No, era tutto in Patagonia: governo, giudici, boia e becchino. Intendevo colpire l’idolo nudo di un sistema criminale “. Il 15 giugno 1923, a Buenos Aires, Kurt Wilckens viene ucciso in carcere da ernesto pèrez millàn temperley , un membro della lega patriottica argentina. Due anni dopo la morte di Wilckens, il 9 novembre 1925 pèrez millàn a sua volta sarà assassinato in carcere .”

Kurt Gustav Wilckens

Francesco Ghezzi

di Claudio Taccioli

FRANCESCO ERA UN ANARCHICO.

Dall’età di sette anni aveva provato direttamente sulla sua pelle la violenza del lavoro; insieme agli altri bambini proletari.
La sua vita, mai rassegnata, era stata una rivolta continua contro il capitale e lo Stato. Contro la guerra che massacrava milioni di proletari. Contro il fascismo.
Per organizzare la resistenza sindacale come militante dell’USI. Per dare possibilità concrete alla speranza di riscatto dell’umanità.
In lotta e in fuga dalla repressione fra l’Italia, la Svizzera, la Russia e la Germania. Dentro e fuori le galere fra compagne e compagni da aiutare e che lo aiutano nel momento di maggior pericolo. 

Adesso (1923), Francesco Ghezzi di Cusano Milanino dove era nato il 4 ottobre 1893, dopo l’ennesimo arresto, è di nuovo in Russia che lo ha accolto come rifugiato politico; anche se non mancano i contrasti con i bolscevichi. Il movimento anarchico è, di fatto, clandestino, ma lui, ostinatamente, tiene i contatti con le compagne e i compagni.  Fa l’operaio come sempre e il rivoluzionario conseguente alla sua scelta giovanile. In particolare, collabora con la solidarietà internazionalista per conto della Croce Nera Anarchica.
Nel 1929, in Russia, i bolscevichi hanno definitivamente compiuto la parabola totalitaria iniziata già pochi mesi dopo l’ottobre 1917. L’attività di Francesco non è più sopportabile e viene accusato di svolgere azioni controrivoluzionarie e di essere un «agente dell’ambasciata fascista». Come altri è internato nel campo di concentramento di Suzdal’ dentro quello che era stato il monastero di Sant’Eutimio, trasformato in galera. Ci rimane per 3 anni e si ammala di tubercolosi. 
La campagna internazionale di solidarietà costringe i bolscevichi a toglierlo dal gulag e spedirlo in esilio nel Kazakistan; con l’obbligo, comunque, di non lasciare l’URSS. Da qui, poco dopo, viene rimandato a Mosca, dove riprende il suo lavoro di operaio e la sua attività clandestina in aiuto degli antistalinisti, anche se gli sbirri lo tengano sotto controllo. Si sposa con Olga Gaake e hanno una figlia, Tat’jana. 
Nel 1936, chiede di essere mandato in Spagna a combattere contro il fascismo. Gli viene negato il permesso, malgrado le insistenze della CNT che sollecita la liberazione degli anarchici detenuti nelle galere bolsceviche e il loro invio al fronte.
Al contrario, il 5 novembre 1937 è arrestato definitivamente con l’accusa consueta di attività controrivoluzionaria nei luoghi di lavoro e di essere un sostenitore, addirittura, del nazismo. Torturato, per un mese, alla Lubianka dagli sbirri del NKVD, non cede, non confessa e non tradisce.
Il 3 aprile 1939, viene spedito nel gulag di Vorkuta oltre il circolo Polare Artico dove muore di tubercolosi il 3 AGOSTO 1942. 

Dietro le accuse paranoiche del regime stalinista, ce n’è una sola vera e luminosa. Francesco Ghezzi era, fino alla fine, un anarchico. Un rivoluzionario, un ribelle contro ogni potere e Stato. Tanto più ripugnante come fu quello sovietico

Francesco Ghezzi

Morti sul lavoro

Morti sul lavoro


MILANO – Le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail entro il mese di aprile sono state 306, 26 in più  alle 280 registrate nel primo quadrimestre del 2020 (+9,3%) e in linea con quelle del primo quadrimestre 2019 (303 eventi mortali). Stabile invece il dato generale relativo alle denunce di infortunio: tra gennaio e aprile sono state 171.870 (-0,3% Rispetto allo stesso periodo del 2020).

Tornando ai dati sulle vittime, a livello nazionale i dati rilevati al 30 aprile di ciascun anno evidenziano per il primo quadrimestre di quest’anno un decremento solo dei casi in itinere, passati da 60 a 48, mentre quelli avvenuti in occasione di lavoro sono stati 38 in più (da 220 a 258). L’aumento ha riguardato tutte e tre le gestioni assicurative dell’industria e servizi (da 253 a 263 denunce), dell’agricoltura (da 15 a 25) e del conto Stato (da 12 a 18). Dall’analisi territoriale emerge un aumento nel nord-est (da 51 a 66 casi mortali), nel centro (da 44 a 56) e al sud (da 62 a 87). Il numero dei decessi, invece, è in calo nel nord-ovest (da 104 a 80) e nelle isole (da 19 a 17).

L’incremento rilevato nel confronto tra i primi quadrimestri del 2020 e del 2021 è legato sia alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono passati da 256 a 277, sia a quella femminile, passata da 24 a 29 casi. L’aumento riguarda solo le denunce dei lavoratori italiani (da 237 a 267) ed extracomunitari (da 27 a 28), mentre calano quelle dei lavoratori comunitari (da 16 a 11). Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per gli under 40 (-15 decessi), mentre tra gli over 40 si segnala l’aumento nella fascia 50-64 anni (da 143 a 172 casi).