Da tempo osservo quella parte di società che vive ai margini …che per il capitale non conta … vorrei aiutare quella signora in carrozzina che dorme sulle panchine ghiacciate della stazione …un urlo di vergogna m’assale mi sento impotente se penso a quante case sfitte ci sono quanto cibo sprecato ogni di quanti tanti vivono con niente e pochi con tutto ciò che serve a quei tanti.
VORREI CREARE UNA RETE MUTUALISTICA TRA CHI VIVE PER STRADA ED HA BISOGNO DI UNA CASA, DI UN LAVORO, SPESSO DI UNA PAROLA DI CONFORTO E LE VARIE REALTA AGRICOLE CHE NECESSITANO DI MANOVALANZA E HANNO VITTO E ALLOGGIO IN SOVRAPIU!!!
MA PER REALIZZARE QUESTO SOGNO/PROGETTO OCCORRONO PERSONE DISPONIBILI E VOLENTEROSE. (POI IN REALTA I PROGETTI SONO TANTI MA QUESTO OGGI Dì HA LA PRIORITA’) SE MI VOLETE CONTATTARE POTETE SCRIVERMI A
Dall’esigenza di trovare risposte concrete ai propri bisogni, liberandoli da meccanismi economici devastanti, un insieme di persone e gruppi perlopiù provenienti da ambiti libertari, ha costituito, in maniera informale e del tutto autonoma, fra le province di Lecco e Como, una piccola rete centrata sullo scambio di beni e saperi, basata sul mutualismo e sulla solidarietà
L’idea sonnecchiava già da tempo nei pensieri di molti che, avendo già scelto di vivere in contesti più rurali per affrontare in modo diretto le proprie esigenze quotidiane, si trovavano a pagare nel parziale isolamento di esperienze simili il prezzo di una tale scelta. Personalmente, essendo alla ricerca di pratiche emancipatrici che esprimessero una concretezza fruibile immediatamente, mi ritaglio un ruolo di “nodo” per la creazione di un’occasione di contatto: coinvolgo alcuni che non si conoscono direttamente pur risiedendo a poche decine di chilometri di distanza, comunico con altri legati ad un attivismo più “politico”, rispolvero qualche vecchia conoscenza che, allontanatasi dai siti del “produrre” si è avvicinata ai luoghi del “saper fare” (la montagna, la campagna, ma anche l’orto in contesto urbano…). Grazie ad altri “nodi” si riesce quindi a fissare un incontro in una data coincidente ad una piccola festa consuetudinaria.
Il luogo dell’incontro è una frazione di un paesino di montagna, nelle cascine rivitalizzate dal lavoro di anni da compagni per i quali l’autogestione e l’autonomia sono pratiche ordinarie di vita quotidiana. E’ l’occasione per conoscerci e confrontarci su cosa facciamo e cosa cerchiamo. Durante il confronto si crea un indirizzario con indicazioni su quello che si offre e quello di cui si ha bisogno; da qui l’avvio di un percorso di scambio delle risorse messe a disposizione da tutti per tutti: prodotti come pane, castagne, unguenti, birra e sapone, mezzi come furgoni e attrezzi, capacità come saperi e manualità. Viene poi fissato un altro incontro a distanza di due mesi che diverrà occasione per un aiuto concreto alla ristrutturazione di un edificio.
Inizia così un percorso che, costruito in base alle necessità di chi vi partecipa, acquista concretezza a partire da un bene di base: il favoloso pane fatto da un compagno (che grazie alle ricercate caratteristiche si conserva per parecchi giorni) diventa un rifornimento fisso settimanale, rappresentando un risparmio parziale per chi lo produce da sé e l’addio al circuito economico per chi non ne faceva ancora a meno.
Un piccolo passo significativo: trasformando lo scambio da occasionale in costante, si ottiene il salto migliorativo che permette di dare solidità a processi che rimarrebbero altrimenti fragili e quindi poco utili alla ricerca di un’indipendenza reale dal sistema economico dominante. Da qui lo stimolo per proseguire il percorso appena iniziato, allargandolo e infittendolo di rapporti che ne moltiplichino le possibilità di sviluppo.
Intervista a Volin – Gruppo ludico genitori/bambini
Arti & Mestieri – Tra i vari annunci delle “nostre” pagine gialle compare: “Cerchiamo e offriamo partecipazione attiva per la costituzione di gruppi ludici genitori/bambini, improntati ad una “pedagogia” libertaria. ” Ci piacerebbe conoscere meglio il progetto, c’è lo puoi spiegare?
Volin – Cito la breve presentazione del gruppo che abbiamo recentemente avviato in una piccola città di provincia del centro italia (nonostante la famigerata chiusura e lo spiccato conformismo che contraddistingue gli abitanti del luogo). Qui il gruppo ludico, con pochi annunci fotocopiati e sistemati in alcuni luoghi frequentati da bimbi e genitori, ha già raccolto una quarantina fra adulti e bimbi, che ora si incontrano 3 volte alla settimana in uno spazio (individuato solo a gruppo già avviato) offerto da un ente pubblico.
A&M – Ma cos’è un gruppo di gioco e attività?
V – Un gruppo di gioco e attività per genitori e bambini è un occasione per i bimbi più piccoli di incontrare e confrontarsi con altri bimbi, ma anche un’occasione per i genitori di approfondire la conoscenza dei propri piccoli, proprio attraverso la partecipazione ai giochi con altri bimbi.
A&M – Come si svolgono questi incontri?
V – Gli incontri di un gruppo ludico sono regolari, più volte alle settimana, senza vincoli di frequenza. Un incontro dura la media di 2 o 3 ore. L’incontro trascorre in un susseguirsi di gioco spontaneo e proposte di attività organizzate, dai giochi di musica e movimento ad attività con materiali diversi (disegno, collage, materie modellabili etc.), il momento per mangiare assieme e spesso la lettura di una bella storia. Ogni gruppo ludico sviluppa il programma delle proprie attività in modo unico, procurandosi, adattando e realizzando il materiale necessario. Sono parte integrante e fondante dell’attività del gruppo ludico proprio l’autodeterminazione delle attività non spontanee e l’autoproduzione dei materiali necessari.
A&M – In che termini si affronta l’aspetto pedagogico? Ci sono “esperti” o particolari “figure” responsabili?
V – Non ci sono figure di educatori o animatori professionali, quindi il genitore rimane presente per tutto l’incontro. L’incontro è importante anche per gli adulti, che possono scambiarsi idee e conoscenze, informazioni e consigli sull’esperienza con i propri figli … anche un’occasione per confrontarsi con l’isolamento, e relative cause, che non di rado coglie i genitori. A&M – E per le spese, i costi…insomma il denaro che ruolo gioca in questo progetto?
V – Il Gruppo di gioco assolutamente non è a scopo di lucro, per nessuno. Tussi i costi sostenuti – dopo essere stati minimizzati col ricorso ad iniziative di autofinanziamento e di autoproduzione (che sono del resto tra gli elementi sostanziali di una “pedagogia” libertaria) vengono divise tra i genitori. Un gruppo ludico è aperto a tutti, quindi i costi vengono tenuti al minimo ed affrontati solidalmente, per non escludere nessuno.
A&M – Hai qualcosa da aggiungere o da suggerire?
V – Evidentemente questo di cui ho citato una presentazione è il progetto che si è potuto avviare qui ed ora, con alcuni elementi avversi, mentre ora vorrei lanciare un appello a coloro che vogliono partecipare o replicare l’esperienza in vista di un affinamento in senso libertario, essendo consapevoli che, laddove non sarà possibile una partecipazione diretta, si potranno comunque sviluppare dei contatti ed un confronto.
Ormai consolidato appuntamento che cade l’ultima domenica di ogni mese. Enogastronomia, agricoltura naturale e certificata, baratto, laboratori, cantieri aperti, dibattiti.
Diffondi e non mancare
MOLFETTA 30 NOVEMBRE 2008 presso Le Macerie_Baracche Ribelli via dei lavoratori – Molfetta Zona Industriale
A me proprio non riesce di adattarmi al mondo così come me lo vogliono apparecchiare! Non mi rassegno che si possa scegliere tra l’essere pittoresco eremita <<…eh beato te che te ne stai lassù fuori dal mondo!…>> O consapevole, giudizioso realista controvoglia: <<…che vuoi così va, d’atra parte i figli, la famiglia…!>> So di non esser solo a veder l’ intorno come un abitudinario ginepraio di ipocrisie, costosi compromessi, insoddisfazioni… D’ altra parte guardiamo bene cosa ci hanno (ci siamo) creato: da qualunque analisi critica, più o meno approfondita, più o meno onesta, ci compare un essere umano che a forza di vivere schizofrenie, somatizza ed è visibilmente malato, obeso, insicuro… è vero che siamo quello che mangiamo, e frutti che danno semi che poi messi a terra non germogliano, ma che vitalità ci possono infondere?
L’ ambiente intorno è causa e conseguenza del nostro agire: se non c’è mai silenzio per riflettere, aria ed acqua degni di questo nome, terra più utile a costruirci o ad interrarci, in varia maniera, schifezze d’ ogni genere, da dove e dove trovare il posto adatto per elaborare un progetto di vita diverso e tentare di praticarlo? Io credo nella non separazione di cui parlava Eraclito, e con lui tanti altri filosofi e scienziati sia orientali che occidentali; bisogna sentirlo col cuore, disposti a sperimentarlo col corpo, poi verificarlo con la mente , e così via. Credo anche nella mutevolezza , e non credo ci sia una vera e propria fine, ma continue evoluzioni. Ora vediamo tutti dove si è giunti, e dal nostro punto di vista non è poi questa gran sorpresa. Si tratta di decidere se si vuol continuare ad esser coinvolti nostro malgrado, o decidere di far altro. L’ idea alla fine è semplice e spesso ce la siamo ripetuta: cominciare col” scendere dal treno” che non sento più governabile, altre volte detto e scritto come: “smettere di collaborare” – Da studenti potrebbe essere strappare il tesserino universitario, non pagare più le loro cazzo di tasse sempre più esose, continuare a studiare,( tanto poi le lezioni son pubbliche e vi si può accedere uguale), raccogliere saperi ma non più finalizzati al dover poi esser costretti a costruire e guidare i loro cazzo di” treni folli” che macinano nelle loro caldaie per primi i fuochisti che vi si adoperano. – Da consumatori smettere di esser tali, cominciando col dare importanza al contenuto più che al contenitore, all’ essenza più che alla formalità, all’ etica di vita condivisa più che al riempir la pancia” – Da produttori cominciar a pensare di destinare il frutto del nostro lavoro al consolidare una società che sia finalmente NOSTRA, senza avere la sgradevole frustrazione di lavorare a tutto vantaggio di un qualche laido figuro o sistema in cambio di un piatto di lenticchie. Messa così sembra la solita tirata così faraonica che ci giustifica a lasciar tutto com’è. L’ idea invece sarebbe di passare al pratico cominciando col tessere quella rete di relazioni che già abbiamo, scambiarci, prima via Internet i pareri e le idee, e poi arrivare ad incontrarci per discuterne assieme e vedere come continuare. Per me l’ esigenza nasce dalla forte sensazione di INGIUSTO ISOLAMENTO che mi trovo a vivere. Dico “ingiusto” perchè so che poi sono non pochi quelli che da scambi di idee, scritti, riflessioni collettive, ecc. si sentono un pò uguale clima attorno; e poi perchè senza inutili pudori non credo proprio che siano le nostre idee a meritare il rito funebre, quando poi gli officianti sono questi squallidi, ipocriti, arroganti e isterici che ogni giorno ci vengono propinati ,come “nostri governanti” Ciò che da questo invito può nascere lo desidero ma non lo posso prevedere, quello che vi chiedo è di farlo circolare, se lo condividete, e infine ,se riuscite, ditemi che cosa ne pensate con critiche, consigli, aggiunte o appunti. Grazie e buona vita a tutti
La vita è come la bicicletta. Per restare in equilibrio bisogna muoversi. Albert Einstein
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Qualcuno dice che bisogna rinnovare il linguaggio, alcuni offrono soluzioni semantico/comunicative, altri sostengono la tesi secondo cui “i nemici dei nostri nemici sono nostri amici” e poi altri ancora dicono che tutto ciò che è novecento è vecchio e sorpassato e così via. A ben vedere gli stessi che propongono talune soluzioni non è che godano di ottima salute e anche quando i numeri di partecipanti sono, e lo sono, più significativi di altri va però detto che non è che la sostanza e cioè i contenuti espressi siano particolarmente interessanti…eufemisticamente parlando. Allora forse il problema di fondo non sono tanto gli strumenti ma, banalmente, il fine che si vuole perseguire. Che nell’oggi della marcia trionfale capitalistica, e nonostante tutti possano vedere quanto poco ci sia da festeggiare, sia di moda sbarazzarsi di ogni residuo novecentesco buono, condivisibile, attuabile e forse irrinunciabile poco importa.
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Si butta tutto, acqua sporca col bambino, vecchi scaffali con i libri. Il progetto che avete sotto gli occhi è un progetto aperto: non parla una lingua perché è giusto o sbagliato, parla la lingua che si conosce ma se qualcuno ne conosce altre è ben accolto. Così unendo conoscenze moltiplichiamo la comunicazione. Quello che però è chiaro a noi che l’abbiam assemblata, e che aspiriamo possa essere migliorata e di molto, è il senso che ha oggi, più di ieri, il “muoversi”. Un senso che ha radici lontane, prima ancora del novecento, e rincorre un futuro, l’unico futuro per noi accettabile: che vede un’umanità solidale, non gerarchizzata, propensa alla felicità di ognuno e di tutti, conscia che libertà e uguaglianza siano valori e aspirazioni imprescindibili e complementari ma soprattutto inscindibili. Questa goccia in mezzo all’oceano, questo granello di sabbia in un motore mortifero oliato da troppo tempo, altro non è che uno strumento da socializzare. Bisogna però socializzarlo. E questo aspetto è la metafora della vera e profonda difficoltà che i senza potere hanno da troppo tempo: non socializzano, al massimo comunicano ma non è la stessa cosa, anzi.
Che il bisogno di socializzare però sia diffuso lo dimostrano i tanti tentativi (per altro azzeccati in termini di business) tutt’ora in “rete” dove blog, social network e community esplodono e costringono i padroni ad aggiornare conoscenze, spartirsi know how a suon di milioni di dollari e fagocitarsi a vicenda nel nome di quel fantomatico “libero mercato” di cui tutti stiamo ancora aspettando che qualcuno ci spieghi chi, come e quando sia esistito nel mondo che noi conosciamo. Il problema è che il fine di questa socializzazione è il mezzo stesso, tutto è virtuale: la conoscenza e la soddisfazione. Noi vorremmo che dal virtuale si approdasse alla realtà, che dalla conoscenza, alla sua socializzazione si arrivasse alla fiducia umana. Loro però oltre ai soldi, c’hanno testa (e se non abbastanza comprano quelle degli altri) e hanno tempo. Noi invece abbiamo singolarmente pochissimi soldi, di teste ne abbiamo (chi più e chi meno) ma di tempo pochissimo (perché c’è lo tolgono loro o quantomeno c’è lo tengono occupato il più possibile). Così abbiamo pensato fosse il caso di ricominciare dal tempo, mettendo in comune le teste pensanti per arrivare ai soldi: si il denaro ma per spartircelo fra noi, socializzandolo e investendolo in progetti di utilità sociale solo fra noi (richiamati dalla foresta) e sottraendolo a loro, quanto più possibile a quanti più possibile. Non un Robin Hood che ruba ai ricchi per dare ai poveri ma tanti Robin che rubano ai ricchi perché sono poveri;) Questo progetto è mutualismo, ma tu chiamalo come vuoi. Queste idee sono anarchiche, ma tu chiamale come vuoi. Questi valori sono comunisti, libertari, sovversivi ma tu chiamali come vuoi. Questo strumento è solidarietà, questa però chiamala così, chiamala con il suo nome. Perché è di questo che c’è bisogno: una solidarietà vera perché autonoma da ogni filantropismo, carità o anche bisogno di trasgressione foss’anche esotica, terzomondista o quant’altro. E si badi non ci interessa sindacare da dove uno venga, quali i suoi trascorsi e con chi intenda intraprendere il viaggio, a noi interessa che la strada (lo strumento) porti dove si vuole noi. Un vecchio compagno diceva “non basta desiderare una cosa: se si vuole ottenerla davvero bisogna impiegare i mezzi adatti al suo conseguimento. E questi mezzi non sono arbitrari, ma derivano, necessariamente, dal fine cui si mira e dalle circostanze nelle quali si lotta; giacché ingannandosi sulla scelta dei mezzi, non si raggiungerebbe il fine propostosi, ma un altro, magari opposto che sarebbe conseguenza naturale, necessaria, dei mezzi adoperati. Chi si mette in cammino e sbaglia strada, non va dove vuole, ma dove lo porta la strada percorsa“(E. Malatesta). Così, giusto per rispondere a quanti paventano questioni di “stile”, la parodia del movimento non è apparentemente quella in uso nel gergo comune, la parodia del movimento è quella comunemente intesa nella musica d’un tempo “parà (simile) + odè (canto)” indicando la trascrizione di un brano musicale con la sostituzione dell’orchestrazione e/o del testo cantato, dove non vi è alcun intento satirico, anzi, si tratta di testimonianze di sincera ammirazione fra autori.
Non chiediamo ammirazione ma partecipazione, perchè questo o è un progetto di tutti e per tutti o semplicemente non è.